Storicamente parlando, Gesù sarebbe potuto morire di qualsiasi altra morte. Di spada, decapitato, sotto una ghigliottina, arso vivo sul rogo, in un campo di concentramento ad Auschwitz…
E’ morto su una croce.
I romani li rastrellavano a decine e, lungo la via di ingresso principale di Gerusalemme, li allineavano sul bordo della strada, obbligando i passanti a guardare e a capire il messaggio. Spesso tra un arrivo e una partenza capitava che un crocifisso fosse ancora lì, agonizzante per più di un giorno, finché non gli collassavano i polmoni. Perché giusto la croce?
Forse perché, tra tutti gli strumenti di morte, la croce è lo strumento più carico di significato e di simbolismo da parte dell’impero che lo usò. La camere a gas e i forni crematori erano macchine di sterminio di massa. Ma nessuno strumento ha mai avuto il potere evocativo del terrore che ha esercitato la croce.
La croce è un messaggio, un proclama dell’impero. E’ la celebrazione, elevata come un totem, come un monumento, del dominio assoluto e incontrastato dell’impero, di ogni impero e di ogni tempo (la parola “impero”, qui, è sinonimo di potere oppressivo di ogni tempo). Il condannato è issato come una bandiera, messo in ostensione e mostrato proprio per essere visto e, perché vedendolo, il popolo cada in ginocchio davanti al dio-dominatore. Il messaggio è chiaro: al di sopra dell’impero non c’è nulla.
Nessun altro strumento poteva parlare di morte e di sottomissione in modo così efficace. L’impero celebra la sua gloria.
Il cristianesimo compie un salto che nessun “impero” avrebbe potuto mai immaginare.
Esso proclama al mondo che la croce viene afferrata da Dio, annullata nel suo significato di glorificazione dell’impero, è da lui assunta e trasformata nel segno di amore supremo; segno dell’offerta di sé da parte di Dio e segno della sua gloria, che distrugge quella “dell’impero”.
Da strumento di morte a albero di vita. Segno di redenzione e di gloria. E’ la beffa attuata da Dio che, come affermò Zaccaria, “confonde i superbi nei pensieri del loro cuore“. La croce, da simbolo di “pene”, “guai” e “dolori”… a strumento di salvezza e di gloria.
E rimane, pur sempre segno supremo della compassione di Dio. Perché su quella croce del figlio sono morte tutte le vittime dei roghi, della spada, delle fucilazioni, dei bombardamenti e dei forni crematori dei campi di concentramento di ogni epoca.